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Revisione del Mercato 17-12

Revisione del Mercato 17-12

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Notizie Forex

Market mover della settimana: riunione Fed e Bank of England solo la punta dell’iceberg

Da: Money.it

I market mover della settimana dal 17 al 21 dicembre: riunione Fed e meeting Bank of England protagonisti, ma occhio anche a Pil, inflazione e molto altro ancora.

I market mover della settimana dal 17 al 21 dicembre continueranno ad occuparsi di politica monetaria.

Dopo il meeting BCE sarà la riunione Fed ad attirare l’attenzione dell’intero mercato. È molto probabile che in quell’occasione Jerome Powell e i suoi alzeranno ancora una volta i tassi di interesse chiudendo in bellezza un 2018 ricco di sorprese. L’ultimo incontro dell’anno, tra l’altro, sarà coronato dalle attese proiezioni economiche del FOMC.

Tra i market mover della settimana riferiti alla politica monetaria, poi, come non annoverare quelli relativi alla Bank of England. Anche Carney e i suoi forniranno l’ultimo aggiornamento del 2018 sulla politica monetaria britannica.

Il Calendario Economico tornerà ad arricchirsi di spunti su cui operare nella settimana dal 17 al 21 dicembre. Il Pil di economie quali gli USA, il Canada, la Francia e il Regno Unito finirà nuovamente sotto i riflettori, accompagnato dagli attesi dati sull’inflazione dell’Eurozona.

Tra i market mover della settimana occhio anche agli indici IFO della Germania oltre che ai prezzi di produzione dell’Italia. Sul fronte Eurozona, invece, attenzione alla fiducia dei consumatori.

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La resilienza dell’Europa non basta all’economia

Da: Ilsole24ore.com

Londra e Roma hanno commesso un errore a sottovalutare la resilienza dell’Unione europea (Ue). A Londra, chi ha promosso la Brexit pensava che l’Ue fosse in una fase di irreversibile declino, che le divisioni al suo interno le avrebbero impedito di definire e mantenere una posizione comune nel negoziato con i britannici. Nigel Farage e Boris Johnson hanno più volte sostenuto che il Regno Unito avrebbe massimizzato i vantaggi dell’uscita (dall’Ue) con quelli dell’entrata in nuovi accordi commerciali (con altri Paesi, a cominciare dagli Stati Uniti). Nulla di ciò è avvenuto. Il Regno Unito è entrato invece in una crisi politica senza precedenti, come di solito avviene (secondo il Financial Times) dopo una sconfitta bellica. Venerdì scorso, all’incontro con i capi di governo dell’Ue, il premier Theresa May ha dovuto prendere atto mestamente che l’ambiguità non è una strategia.

A Roma, chi ha promosso l’assalto alle regole dell’Eurozona pensava che quest’ultima avrebbe ceduto di fronte alla determinazione del governo del cambiamento, accettando una proposta di bilancio 2019 che disconosceva basilari impegni collettivi. I leader che hanno guidato l’assalto hanno addirittura celebrato la vittoria prima ancora di combattere la battaglia. Luigi Di Maio è salito sul balcone di Palazzo Chigi per festeggiare la decisione di imporre a Bruxelles un deficit nominale del 2,4 per cento, Matteo Salvini si era limitato a inviare un garbato «me ne frego» all’indirizzo di chi (a Bruxelles) aveva avanzato critiche alla proposta di bilancio. Anche in questo caso, la spavalderia ha fatto poca strada. Il governo italiano ha ridotto il deficit nominale dal 2,4 al 2,04 (confidando nell’ignoranza matematica dei suoi sostenitori), anche se ciò che conta (per la Commissione) è il deficit strutturale. Per fare scendere quest’ultimo, il governo dovrà ridimensionare non poco le sue promesse elettorali.

L’Ue si è dunque dimostrata più resiliente di quanto ritenuto dai suoi avversari. Ciò significa che essa va bene così come è? Non direi proprio, per almeno due ragioni. La prima ragione riguarda la sua struttura decisionale. Giovedì e venerdì scorsi, a Bruxelles, si sono riuniti il Consiglio europeo dei capi di governo, l’Euro Summit (i capi di governo dell’Eurozona), l’Eurogruppo (ministri finanziari dell’Eurozona insieme ai ministri finanziari del Paesi che non partecipano all’Eurozona).

A queste riunioni hanno partecipato il presidente e i vice-presidenti della Commissione, oltre che il presidente del Parlamento europeo e il presidente della Banca centrale europea. Tra capi di governo, ministri, commissari, cabinets dei vari presidenti, un centinaio di persone ha partecipato alle deliberazioni. Queste persone costituiscono la testa intergovernativa dell’Ue e, nel caso dell’Eurozona, il suo esecutivo collegiale. Tali organismi intergovernativi prendono decisioni con fatica, spesso sotto l’influenza della coalizione interstatale più forte. Ad esempio, l’altro ieri, l’Euro Summit (recependo le indicazioni dell’Eurogruppo) ha deciso di porre il Fondo salva-stati al centro della futura governance dell’Eurozona, facendone lo strumento finanziario principale per la gestione delle crisi (oltre che trasformandolo nel backstop finanziario del Fondo unico di risoluzione delle sofferenze bancarie).

Nello stesso tempo, ha deciso però di rinviare il completamento dell’Unione bancaria (con l’istituzione dello Schema europeo di assicurazione dei depositi) e di svuotare la proposta di budget dell’Eurozona (seppure avanzata dalla Francia), trasformandola in un capitolo minore del budget dell’Ue (con lo scopo di favorire la convergenza tra Paesi dell’Eurozona, senza alcuna funzione anti-ciclica). L’esito sarà il rafforzamento ulteriore della logica intergovernativa (il Fondo salva-stati si basa su un trattato internazionale), confondendo ancora di più le responsabilità per le scelte che verranno prese.

La seconda ragione è che tale complessità intergovernativa fa fatica a misurarsi con le crisi (sociali, economiche e politiche) che colpiscono asimmetricamente alcuni stati membri dell’Ue o dell’Eurozona. Questi ultimi non hanno strumenti o risorse sufficienti per affrontare quelle crisi, in quanto i processi decisionali si sono ormai trasferiti a Bruxelles e non sono più nella capitale nazionale. E’ inevitabile che ciò produca reazione tra i cittadini più colpiti dalle decisioni prese o non-prese.

Di qui, la richiesta di “riportare a casa” il controllo su quelle decisioni. Una richiesta irrealistica, ma utile agli imprenditori della rivolta. Che hanno infatti alimentato il malessere, in particolare in quei Paesi dell’Eurozona che hanno una struttura economico-politica poco congeniale con la logica fiscale che governa quest’ultima. Se la Germania può portare il suo debito pubblico sotto il 60 per cento del Pil nel 2019, ciò è impossibile in Paesi come l’Italia e la Francia.

Non basta dire che i Gilet Gialli esprimono una rabbia sociale senza testa, né ci si può accontentare di denunciare che i populisti (una volta giunti al governo come in Italia) non sanno cosa fare (anche per la inquietante modestia delle loro leadership politiche). Il malessere sociale che alimenta quei movimenti va affrontato e governato, non lasciato in mano a dilettanti allo sbaraglio. E per governarlo ci vuole molto di più che la convergenza tra le economie europee. Ci vuole un governo dell’Eurozona liberato dai vincolati intergovernativi, anche se inclusivo degli interessi dei governi nazionali che la costituiscono.

Insomma, la buona notizia è che le vicende di Londra e Roma ci dicono che l’Ue e l’Eurozona sono molto più resilienti di quanto ritenuto dai loro avversari. La cattiva notizia è che le vicende di Parigi e Roma ci dicono che la resilienza non basta per governare i cambiamenti delle nostre economie e società.

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Notizie mercato azionario

Borsa Milano chiude in calo con banche, auto dopo dati macro Cina, giù Stefanel

Da: Reuters.com

Piazza Affari chiude con segno negativo in linea con gli altri mercati europei appesantita da banche e auto e dopo alcuni dati macro cinesi deboli che hanno rinnovato i timori di un rallentamento della seconda economia mondiale.

La chiusura è tuttavia sopra i minimi di seduta grazie alla notizia della sospensione di dazi aggiuntivi sulle importazioni di auto americane per tre mesi dal prossimo gennaio.

L’indice FTSE Mib ha chiuso in calo dello 0,72%, così come l’Allshare. Volumi per 1,71 miliardi di euro di controvalore.

Male i bancari con lo stoxx italiano che cede 1,02% e quello europeo che perde intorno allo 0,6%. Male BANCO BPM (-1.81%), BPER BANCA (-1,55%), UNICREDIT (-1,19%) e UBI BANCA (-2,09%). Contiene il calo sotto 1% INTESA SANPAOLO (-0,89%).

Male anche il settore auto con cali consistenti per CNH INDUSTRIAL (-1,84%) e FERRARI (-2,23%), più contenuti per FIAT CHRYSLER (-0,77%), amplificati per la holding EXOR (-1,77%). Male anche i titoli di componentistica come BREMBO (-2,22%). Stoxx europeo del settore in calo di circa 1,5%.

Fuori dal listino principale OVS vive una seduta sull’ottovolante con un brusco calo in mattinata e poi un recupero fino a chiudere a +11,08%, parziale consolazione dopo il -36% di ieri dovuto ai deboli risultati del trimestre e alla cautela espressa sul 2019.

Scivola STEFANEL (-10,65%) sulla scia dell’annuncio della richiesta di concordato in bianco che già ieri era costato un -7,72%.

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Borsa Tokyo chiude in rialzo +0,62%. Ma focus su azionario globale dopo report BRI

Da: Borse.it

L’indice Nikkei 225 della borsa di Tokyo ha chiuso la sessione in rialzo dello 0,62% a 21.506,88 punti. Lievemente positivi gli indici azionari cinesi, con Shanghai +0,07% e Hong Kong +0,06%, mentre Sidney ha chiuso in crescita dell’1% e Seoul ha fatto +0,17%. Occhio al report diramato dalla Banca dei Regolamenti Internazionali BIS (BRI in italiano), da cui emerge che le recenti tensioni di mercato indicano che maggiori turbolenze sono in arrivo.

La banca delle banche centrali ha avvertito che il processo di normalizzazione della politica monetaria scatenerà probabilmente un flusso di forti sell off nel breve termine.

“Le tensioni di mercato a cui abbiamo assistito nel corso di questo trimestre non sono state un evento isolato”, ha detto Claudio Borio, responsabile del dipartimento monetario ed economico presso la BRI.

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Notizie sulle criptovalute

CEO di BitPay: l’adozione di massa dei pagamenti su blockchain arriverà tra 3-5 anni

Da: Cointelegraph.com

In un’intervista rilasciata il 13 dicembre alla CNBC, Stephen Pair, CEO del servizio di elaborazione di pagamenti BitPay, ha affermato che la speculazione sull’adozione futura spinge il prezzo del Bitcoin (BTC) più della sua “reale utilità”.

Per quanto riguarda le ragioni alla base dell’attuale valore del Bitcoin, paragonato al famoso massimo storico dell’anno scorso, Pair ha dichiarato:

“Una componente molto importante del prezzo [del Bitcoin] è certamente la speculazione. Sono gli investitori che speculano su adozione e usi futuri di questa tecnologia. Sono sicuro che una piccola componente di quel prezzo è la reale utilità.”

Per quanto riguarda la questione ETF sul Bitcoin e l’effetto che il loro sdoganamento potrebbe sortire sul mercato, Pair ha dichiarato che “il lancio degli ETF” potrebbe sì agire da catalizzatore, ma “l’adozione spingerà i prezzi più in alto”:

“Penso che rivedremo quei tipi di prezzi ad un certo punto, la storia insegna.”

Rispondendo ad una domanda sull’utilizzo delle valute basate su blockchain nelle transazioni di tutti i giorni, il CEO di BitPay ha dichiarato alla CNBC che si aspetta che tale livello di adozione di massa arriverà tra meno di 5 anni:

“Di solito rispondevo 10 anni, ma ora penso che tra 3-5 anni la maggior parte dei negozi accetterà pagamenti su blockchain.”

Pair ha poi precisato di non riferirsi solo a “Bitcoin o ai vari token che vediamo oggi [ma] anche sull’emissione di dollari o euro su una blockchain”.

Secondo Hester Peirce, commissario della Securities and Exchange Commission (SEC) degli Stati Uniti, l’approvazione di un ETF sul Bitcoin non arriverà per forza in tempi brevi. Come riportato da Cointelegraph, Peirce ha affermato che l’approvazione di tali prodotti “potrebbe arrivare tra 20 anni” o “domani”, esortando la comunità cripto a non “restare col fiato sospeso”.

Uno studio pubblicato in questa settimana dal Cambridge Centre for Alternative Finance, ha dichiarato che nel 2018 il numero di utenti crypto verificati è quasi raddoppiato. Un’analisi dello studio condotta da Bloomberg sostiene che l’aumento dell’utenza, nonostante il calo dei prezzi, “potrebbe indicare l’arrivo di una possibile ripresa”.

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