Theresa May

Revisione del Mercato 11-12

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Notizie Forex

Brexit: Theresa May rinvia il voto del Parlamento. E ora?

Da: Money.it

Rinviato il voto del parlamento, Theresa May ora torna a trattare con le autorità europee. Ogni ipotesi è possibile, è l’incertezza a far da padrona.

Confermate le indiscrezioni della prima parte: la premier britannica Theresa May ha annunciato che il voto del Parlamento sull’accordo relativo la Brexit è stato rinviato.

La notizia arriva a chiusura di una giornata particolarmente intensa, aperta dalla tanto attesa pronuncia della Corte di Giustizia dell’unione europea, che ha stabilito che il Regno Unito potrà decidere unilateralmente di revocare l’Articolo 50 (e dunque la Brexit).

I rumor sul possibile rinvio del voto sull’accordo raggiunto dall’esecutivo con le autorità europee hanno spinto il cable, il cambio sterlina-dollaro, a toccare un minimo di 1,2509$, il livello minore degli ultimi 20 mesi. Con l’Euro Stoxx 50 in rosso dell’1,52%, l’indice della City, il Ftse100 ha terminato in calo dello 0,83% a 6.721,54 punti.

Divisioni insanabili sul backstop
Un’umiliante battuta d’arresto. Così la stampa d’Oltremanica definisce la mossa del n.1 di Downing Street, che nel corso di una conferenza stampa ha annunciato che il voto relativo l’accordo raggiunto con Bruxelles è stato rinviato perché “sarebbe stato respinto con un ampio margine«.»Ampie parti dell’accordo godono di un forte sostegno, su uno di questi, la questione nordirlandese, restano ampi e profondi timori”, ha detto. “Di conseguenza, dobbiamo posticipare il voto in calendario per domani per evitare di dividere la Camera”.

In particolare, l’oggetto del contendere è rappresentato dal backstop, la clausola di salvaguardia introdotta per evitare il ritorno ad un confine fisico tra Repubblica d’Irlanda e Irlanda del Nord, che prevede il mantenimento dell’unione doganale tra Regno Unito e Unione europea.

Mrs May ha annunciato che incontrerà i leader europei prima dell’incontro in calendario questa settimana. “Discuterò con loro delle preoccupazioni espresse dalla Camera”.

Secondo referendum, Brexit soft o no-Brexit?
“Il primo ministro May ha sottolineato che il governo intensificherà i preparativi per una Brexit senza accordo, ma un secondo referendum, una Brexit soft (in stile norvegese) o uno scenario no-Brexit rappresentano ipotesi più realistiche”, ha commentato Silvia Dall’Angelo, economista senior di Hermes Investment Management.

Questo soprattutto alla luce “della sentenza della Corte di giustizia europea secondo cui il Regno Unito può annullare unilateralmente l’articolo 50”.

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Italia, produzione industria ottobre risale ma prospettive restano deboli

Da: Reuters.com

La produzione industriale italiana ha visto in ottobre una marginale crescita mensile, ma la debolezza della domanda estera e di quella interna non offrono particolari prospettive per l’ultimo scorcio dell’anno e non eliminano il rischio che l’economia scivoli in recessione tecnica nel quarto trimestre.

Ad appesantire la dinamica del ciclo industriale è il mix negativo composto dalle tensioni del commercio internazionale e dall’incertezza delle politiche economiche del governo, impegnato in un difficile negoziato con la Commissione europea sulla manovra del prossimo anno, che continua a essere fonte di preoccupazione per i mercati finanziari.

Secondo i numeri diffusi stamane da Istat, la produzione di ottobre è cresciuta di 0,1% su base mensile dopo la contrazione di 0,1% di settembre, mentre la mediana delle attese raccolte dagli analisti suggeriva un calo di 0,3%.

Su base annua, l’indice segna in ottobre un incremento di 1% dopo 1,4% di settembre.

I primi tre trimestri del 2018 sono stati per il settore industriale caratterizzati dal segno meno: a -0,3% tra gennaio e marzo, sono seguiti -0,2% e -0,1% rispettivamente nel secondo e nel terzo trimestre. Secondo Prometeia, la produzione industriale tornerà a crescere dello 0,2% congiunturale nel quarto trimestre, interrompendo la sequenza negativa. Lo scenario resta però tutt’altro che efferevescente.

“Potrebbe ora esserci lo spazio per una stabilizzazione della produzione industriale nel quarto trimestre, ma le prospettive per l’ultima parte dell’anno restano deboli”, commenta Loredana Federico, economista di UniCredit, ricordando come le indagini congiunturali sull’attività di settore e gli indici di fiducia anticipino una contrazione della produzione nel quarto trimestre.

Per quanto riguarda il Pil, UniCredit vede una stabilizzazione dopo il calo di 0,1% segnato nel terzo trimestre, la prima contrazione dopo quattro anni, ma il dato odierno non elimina i rischi verso il basso.

Tornando ai numeri Istat, guardando ai settori le attività manifatturiere di ottobre hanno segnato una variazione mensile leggermente superiore all’indice generale (+0,2%).

Sul fronte dei raggruppamenti, un segnale confortante arriva dai beni di consumo, la cui produzione mensile è cresciuta di 1,3%, trainata dai beni durevoli (+2,6%).

In leggera contrazione i beni strumentali (-0,1%), cartina al tornasole degli investimenti, i più esposti all’incertezza internazionale e interna dell’attuale fase. Principale driver negativo è la produzione di energia, che ha registrato una flessione di 3% su base mensile.

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Notizie mercato azionario

La guerra Usa-Cina? È anche una questione di silicio

Da: Ilsole24ore.com

Quando lo scorso settembre, giusto tre messi fa, all’indomani della presentazione dei nuovi iPhone, i principali quotidiani internazionali scrivevano dell’inizio di una guerra fra Apple e Huawei sui processori con tecnologia di processo a 7 nanometri nessuno poteva immaginare come le ostilità politico-commerciali fra Stati Uniti e Cina sarebbero evolute fino a fatti delle ultime ore. L’arresto della manager di Huawei, la “ritorsione” del Governo di Pechino nel vietare la vendita sul mercato domestico di alcuni modelli di iPhone Apple per un caso di violazione di brevetti e il balletto di accuse e smentite incrociato sul tema della sicurezza delle reti di telecomunicazione (mercato in cui la casa cinese gioca un ruolo di primaria importanza in Europa) sono però solo alcune delle facce di una “faida” che si sviluppa anche su altri livelli. Anche più importanti, per alcuni aspetti, come quello dei semiconduttori, dove il fronte della “guerra” si allarga ad altri colossi tecnologici asiatici, Corea del Sud (leggi Samsung) in primis.

Un conflitto che parte da lontano

Torniamo un attimo a metà settembre e alla sfida per la supremazia in ambito mobile fra i giganti di Cupertino e di Shenzen, con Qualcomm a fare ovviamente da terzo e ingombrante incomodo nella partita che porterà i produttori di smartphone a giocarsi le proprie carte in vista dell’avvento delle reti mobili 5G. La battaglia per la supremazia tecnologica fra Occidente e Oriente, come detto, si gioca in profondità, sul piano dell’intelligenza artificiale e su quello, strettamente collegato, dei chip per telefonini e computer. Snapdragon (Qualcomm) ed Exynos (Samsung), A12 Bionic (Apple) e Kirin (Huawei) sono i nomi accattivanti di quella che qualcuno ha giustamente definito “soc (system on chip) war”. Una guerra che per certi versi è una questione di Stato da tempi – per così dire – non sospetti, da quando per esempio il presidente Donald Trump (eravamo a inizio marzo) bloccava la scalata a Qualcomm ad opera di Broadcom (sede legale a Hong Kong) per rischi legati alla sicurezza nazionale, eleggendo indirettamente la società californiana a paladina dell’innovazione a stelle e strisce (al fianco di Intel) nell’industria del silicio. È un dato di fatto che Qualcomm sia oggi un attore importante nello scacchiere tech mondiale, soprattutto guardando alle reti mobili di quinta generazione (in questa direzione vanno gli ultimi annunci della casa di San Diego per la famiglia Snapdragon), ambito nel quale gli Stati Uniti vogliono continuare a essere davanti a tutti. All’ultimo Mobile World Congress di Barcellona, lo scorso febbraio, il numero uno della Fcc (Federal Communications Commission), Ajit Pai, ha ribadito questo concetto facendo espressamente riferimento a Huawei e al rischio che ad aggiudicarsi questo pezzo di business tecnologico nel prossimo quinquennio possa essere proprio la Cina. Ma Qualcomm (a braccetto con Google per gli smartphone Android e con Amazon per gli smart device equipaggiato con l’assistente vocale Alexa) ed Apple hanno le risorse per contrastare la corsa in avanti dei concorrenti asiatici?

Huawei simbolo di un’offensiva alla leadership tech americana

Che i chip siano l’oggetto della contesa tra Usa e Cina ne è convinto per esempio l’Economist, che in un analisi pubblicata qualche giorno fa ha messo a fuoco la questione inserendo inequivocabilmente nel titolo dell’articolo il concetto di “silicon supremacy”. I processori a più cervelli, i system on chip che controllano le operazione di smartphone e non solo, sono di fatto un pilastro della sicurezza di una nazione. Anche più, se possibile, delle stesse infrastrutture di rete. Lo scenario che si è delineato è abbastanza chiaro. Gli Stati Uniti hanno sicuramente mal digerito che Samsung abbia oscurato il predominio di Intel nel mercato dei semiconduttori perché in qualche modo “sancisce” la vittoria (certo non definitiva) della tecnologia che rimanda ad Arm (oggi di proprietà giapponese) su quella x86, per decenni dominante in ambito computing (ricordate Wintel, e cioè i sistemi Windows basati su Cpu Intel?). Il peso sempre più ingombrante di Huawei nell’industria mobile, questo l’altro fronte caldo, è sicuramente una turbativa non solo per Apple ma per l’intera leadership tecnologica e culturale americana nei semiconduttori.

«L’industria dei microprocessori – scrive non a caso l’Economist – è quella in cui la leadership industriale americana e le ambizioni da superpotenza cinesi si scontrano in modo più diretto». E questo perché la battaglia sul digitale si gioca ovunque. Nei device, nelle auto connesse, nelle case, dentro le fabbriche e nelle infrastrutture informatiche delle banche, nei sistemi che muovono gli eserciti e le attività di cyberspionaggio. Non ci si deve stupire, insomma, se nel piano “Made in China 2025” che vuole sancire la supremazia tecnologica del Dragone nel mondo, i semiconduttori siano un elemento chiave e centrale. E neppure del fatto che il ministero delle Finanze cinese abbia di recente annunciato di aver introdotto nuove agevolazioni fiscali per le imprese locali che producono semiconduttori, perché nel piano di Pechino c’è la ferma volontà di sganciarsi dalle forniture Usa (Huawei sta sviluppando un sistema operativo mobile per avere un’alternativa “home made” a Google e al suo Android) e diventare il primo produttore di semiconduttori entro il 2030.

L’amministrazione Trump, per contro, ha messo a più riprese i bastoni fra le ruote alle aziende cinesi, da Broadcom a Zte per arrivare a Huawei. La sicurezza delle reti di telecomunicazione, rispetto allo scenario che abbiamo di fronte, è solo uno degli aspetti della questione. Riportare negli Usa l’intera filiera dei semiconduttori è un “american dream” praticamente impossibile e fermare l’azione dello Stato cinese a sostegno dei suoi giganti tech (come fece Washington con la Silicon Valley qualche decennio fa) lo è altrettanto. Difficile pronosticare oggi come andrà a finire. Di sicuro chi avrà in mano il controllo del silicio giocherà la partita da favorito.

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Borse europee verso un avvio positivo, tra i temi caldi Brexit e Italia

Da: Borse.it

Le Borse europee si avviano a iniziare la seconda seduta della settimana con un segno positivo, nonostante la chiusura volatile di Wall Street. Restano diversi i temi caldi in Europa: oltre alla questione Italia, si guarda alla Gran Bretagna dopo la decisione del premier Theresa May di posticipare il voto al Parlamento sull’accordo sulla Brexit con Bruxelles. C’è al Francia. Travolto dalla rabbia dei gilet gialli, il presidente francese Emmanuel Macron si appresta a varare alcune misure sociali, nella speranza di sedare la collera del proprio popolo, come l’aumento del salario minimo. Lo ha annunciato lui stesso, nel corso di un suo intervento televisivo.

Anche Piazza Affari potrebbe imboccare la strada dei rialzi in avvio di contrattazioni, mettendo da parte il debole avvio di settimana. Ieri la giornata è stata mandata in archivio con il Ftse Mib che ha ceduto in chiusura l’1,77% a quota 18.410 punti. Vendite solo in parte placate dal restringimento dello spread in area 286 punti base. Sempre alta l’attesa per il confronto in sede europea per rivedere la manovra 2019. In vista del nuovo incontro tra il premier, Giuseppe Conte, e il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, il premier sarebbe orientato a far scendere il target sul deficit-Pil su cui si basa la manovra M5S-Lega dal 2,4% attuale al 2,1%. Lo riporta “La Repubblica”, aggiungendo che la Commissione europea chiederebbe invece una riduzione ad almeno l’1,95%.

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Notizie sulle criptovalute

Presidente della SEC Jay Clayton: le ICO possono essere utili, ma “le leggi sulle security devono essere rispettate”

Da: Cointelegraph.com

In un discorso tenuto durante la conferenza BLANK, il presidente della Securities and Exchange Commission (SEC) degli Stati Uniti Jay Clayton ha dichiarato che le Initial Coin Offering (ICO) “possono essere efficaci”, anche se “le leggi sulle security devono essere comunque rispettate”.

Clayton ha descritto i settori riguardanti DLT (distributed ledger technology), asset digitali e ICO come “aree in cui la Commissione e lo staff hanno trascorso una notevole quantità di tempo”. Ha poi aggiunto che “probabilmente, questo trend continuerà nel 2019”.

Il presidente dell’organo di regolamentazione ha sottolineato la presenza di “una serie di problemi” relativi alle ICO. In particolare, egli ritiene che tali strumenti vengano utilizzati in un modo che garantisce una protezione degli investitori nettamente inferiore rispetto a quella dei mercati tradizionali.

Clayton ha poi concluso affermando che da questo fenomeno deriva un incremento nelle “opportunità di frode e manipolazione”. In passato, Clayton ha osservato che la maggior parte dei token derivanti dalle ICO dovrebbero essere classificati come security.

Tuttavia, nel discorso del 6 dicembre, il presidente della SEC ha ammesso di vedere del potenziale nelle ICO, fermo restando che le regolamentazioni devono comunque essere rispettate:

“Credo che le ICO possano essere un modo efficace di raccogliere capitale per imprenditori e società. Tuttavia, la nuova natura tecnologica di un’ICO non cambia la regola fondamentale: quando vengono offerte delle security, le nostre leggi sulle security devono essere rispettate.”

Successivamente, il presidente ha spostato l’attenzione sulla creazione dell’hub strategico per l’innovazione e la tecnologia finanziaria FinHub. Come riportato da Cointelegraph ad ottobre, il FinHub era stato istituito dalla SEC per facilitare il coinvolgimento dell’agenzia nel settore fintech.

Principalmente, l’hub ha l’obiettivo di aiutare le startup fintech (ICO incluse) a conformarsi alle leggi in vigore.

Secondo Clayton, la creazione del FinHub e le altre attività intraprese dalla SEC dimostrano che la loro “porta rimane aperta a coloro che cercano di innovare e raccogliere capitali in conformità con la legge”.

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